Severo Lombardoni

A molti questo nome non dirà asssolutamente nulla. Ai “ragazzi” degli anni 80 invece penso che il nome di Lombardoni susciti numerosi ricordi e contrastanti sentimenti.
Tra la tragica morte di Whitney Houston e l’inizio del Festival di Sanremo è passata inosservata la scomparsa di Severo Lombardoni, padre-padrone dell’etichetta Discomagic, protagonista (nel bene e nel male) della storia mondiale della nostra produzione discografica.
Lombardoni viene per lo più ricordato per la meticolosa opera di “taroccamento” (o di “coverizzazione” come la definiva lui) dei principali successi dance degli anni 80 e 90.
Quando infatti un brano saliva nelle classifiche nazionali veniva immediatamente pubblicata una “cover” pressochè identica in cui veniva soltanto modificato il nome dell’esecutore.
Ricordo paradossali casi di successo come la sua “Rapput Compilation” che vendette il doppio del nostro (lavoravo alla Sony Music etichetta di Claudio Bisio) originale “Patè d’Animo” che conteneva appunto il brano “Rapput”.
Il brano era naturalmente scadente rispetto all’originale ma la elementare e corretta visione di marketing del “coverizzatore” Lombardoni (che scrisse a lettere cubitali in copertina il nome della hit) lo portò a vendere molte più copie del nostro prodotto, indubbiamente migliore, ma meno visibile sugli scaffali dei negozi.
Era un periodo dove i vuoti giuridici lasciavano maggior spazio alla “creatività” spesso ai limiti della legalità, e talvolta decisamente oltre la stessa. Ma a Lombardoni si deve il successo mondiale di artisti come P.Lion, Den Harrow, Ryan Paris fino ai Black Box che con Ride On Time scalarono le classifiche di mezzo mondo.
Era una discografia pioneristica e coraggiosa, spesso vissuta solo su fiuto e intuizione trascurando ogni tipo di norma relativa al diritto d’autore. Ma circolavano tanti soldi, internet e mp3 erano ancora molto lontani e si conviveva con un tacito accordo di calpestarsi i piedi ma senza mai farsi veramente del male.
Un grazie allora a Severo Lombardoni e a quel periodo che ha fatto grande l’italia della musica in tutto il mondo.

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Ciribiribì Kodak

Come dimenticare quel personaggio bassino e oggettivamente bruttino che pubblicizzava le fotocamere Kodak negli spot-tormentoni andati in onda più di vent’anni fa?
E come dimenticare la richiesta al negoziante di foto di stampare le nostre immagini delle vacanze su carta Kodak?
Oggi il colosso americano si è appellato al Chapter 11, il fallimento assistito nel sistema americano, perchè sull’orlo ormai della bancarotta.
Kodak è un triste esempio di una grande azienda che non è riuscita a diversificare il proprio business e che si è fatta schiacciare dall’avvento del digitale non essendo in grado di re-inventarsi nel corso degli ultimi due decenni. Passando così da quasi-monopolista della stampa su carta fotografica a “comparsa” in uno scenario competitivo dove non è mai riuscita ad emergere.
Questa è la vera sfida del presente: avere la consapevolezza di quanto accade nell’isterica evoluzione dei consumi e quali sono le tecnologie che riescono a soddisfare i nostri bisogni. Oppure, ancora meglio, crearli questi bisogni. Fiutare con curiosità e coraggio le nuove necessità, comprendere i radicali cambiamenti della società e abbandonare, dove necessario, le nostalgiche consuetudini che hanno accompagnato il nostro core business dell’ultimo periodo.
Questo empasse sta colpendo da tempo il mondo della musica, della televisione e soprattutto dell’editoria in generale.
La gente consuma sempre più immagini, musica e parole. Ma ne fruisce sempre meno attraverso lo schermo televisivo, lo “stereo” o lo zaino pieno di libri. Il digital divide viene sempre analizzato da un unico versante, non sempre quello più corretto.
Il sociologo Pareto dava una parziale soluzione, non pochi anni fa, a questo problema dividendo il mondo in due categorie: speculativi e redditieri.
La caratteristica distintiva dello speculativo, secondo Pareto, è di essere costantemente preoccupato circa le possibilità di trovare sempre nuove combinazioni e nuove opportunità.
Il redditiere , invece, è amante della routine, della stabilità, conservatore e praticamente privo di immaginazione.
“Speculiamo” quindi e stiamo lontani il più possibile dalla finta stabilità del “reddito”. Soprattutto adesso.

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Schettino, l’anti-eroe

Francesco Schettino, l’uomo più disprezzato, più detestato e più deriso del momento.
Il pavido comandante che manovra una nave come se fosse un Riva Aquarama, che per fare il guascone con i suoi sottoposti finisce su una roccia, distrugge una nave, mette a rischio la vita di migliaia di persone, di cui purtroppo alcune perdono la vita, rischia un disastro ambientale a causa del carburante ancora presente nello scafo. In più abbandona, anzi scappa dalla nave che affonda prima di mettere in salvo tutti gli altri, si fa trattare come uno scolaretto alle prime armi dalla Capitaneria di Porto che lo minaccia, lo deride e gli ordina (giustamente) cosa deve fare.
In più dovrà ripagare Costa Crociere, i danni causati, i morti, i feriti. Non gli basterebbero 100 vite.
Ora è in carcere, anzi da poche ore ai domiciliari. E’ controllato a vista. Difficile che non tenti il suicidio, anche una “fuga” in Polinesia non basterebbe a scomparire e a far dimenticare la tragedia e il disonore che lo accompagneranno per sempre.
Proprio per questo però, fermiamoci. E’ stato un coglione di dimensioni madornali. Una boutade da scugnizzo cresciuto racchiuso da alamari dorati ha causato un’immane tragedia. Però per questo fermiamoci qui.
Che l’umana pietas, spenti i riflettori sull’isola del Giglio, abbia il sopravvento sulla facile condanna e sulla “fucilazione” con disonore che tanti vorrebbero per lo sciagurato Schettino.

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BaBaBaciami Piccina

Siamo sprofondati nella serie B, anzi nella serie BBB+, del Campionato delle Potenze economiche mondiali. Standard&Poors ci ha nuovamente declassato e stavolta ci è saltata pure la “A”.
Evabbè prendiamoci questo ennesimo downgrade, iniziamo a rimpiangere il precedente Premier…
Ridiamo però, ridiamo. Ha ha ha ha ha ha ha ha ha. Anche se c’è poco da ridere, facciamolo comunque. Può sempre succedere che un frammento di meteorite distrugga la nostra città… Quindi ridiamo, alla faccia di Standard and Poors e alla facciaccia anche dell’eventuale frammento di meteorite che ci prima o poi ci verrà nel culo.

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Decluttering

Il “Decluttering” è quell’arte di liberarsi di tutto ciò che è superfluo e che non è indispensabile alla nostra esistenza.
Quindi andiamo, Signore e Signori, liberate le vostre cantine e i vostri solai, svuotate i bauli di tutto quel ciarpame che avete accumulato negli anni e di cui non ve ne fate più nulla.
Non accumulate il superfluo, apprezzate l’essenziale, vivete l’indispensabile.
Quanti computer, telefonini, libri, cd sono ormai pieni di polvere e di unico ingombro per il vostro appartamento già abbastanza sovra-arredato?
Donate, regalate, vendete. Non scambiate (se no siete daccapo…).
Fate lo stesso anche con i vostri mariti, mogli, fidanzati/e, amanti…
Declutterate. E sarete più felici.

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Fit-less

Il mio amico Mirko mi ha segnalato che negli US una palestra ha lanciato un nuovo tipo di abbonamento. L’iscrizione prevede una quota minima e successivamente una “penale” ogni volta che non si frequenta come invece inizialmente pianificato.
Geniale. Surreale. Allarmante.
E secondo me funzionerà.

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Anche l’Esselunga perde i pezzi…

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11/9: Internet ha smesso di funzionare

Dieci anni fa lavoravo alla Virgin, la cui sede era nel centro di Milano. Era martedi, ero appena tornato dal pranzo ed ero nel mio ufficio con degli ospiti. Sullo schermo del computer c’era quasi sempre l’home page di un quotidiano. Improvvisamente, al periodico refresh automatico, é comparsa la schermata con l’errore di explorer in cui si dice che è impossibile visualizzare la pagina. Ho provato ad aggiornare l’url ma la barra di caricamento sembrava immobile. Succedeva ogni tanto, la banda larga muoveva i suoi primi passi. Non me ne sono quindi preoccupato e ho continuato la mia conversazione con gli ospiti in ufficio.
Non esisteva facebook. Non esisteva twitter.
Ad un certo punto arriva in ufficio una collega che era al telefono con Londra.
Urla: “Presto accendete la tv! mettete sulla Cnn!”
Si vedevano ancora solo immagini riprese da lontano della prima torre avvolta dal fumo. Il sottopancia rosso parlava “solo” di un esplosione e di un incendio al World Trade Center. L’assurdo mosaico doveva ancora comporsi con tutti i suoi drammatici tasselli.
Intanto il web ricominciava a funzionare a singhiozzo anche se i siti di news non si riuscivano ancora ad aprire.
Le reti tv nazionali interrompevano i programmi e iniziavano ad accendersi i televisori in tutte le stanze dell’ufficio. Davanti a quelle immagini ricordo che eravamo tutti in piedi e regnava il silenzio e l’incredulità.
Ascoltavamo alla tv parole come “terza guerra mondiale” e “la fine del mondo”. Non eravamo in grado di reagire a quello che sembrava inimmaginabile e ci lasciava increduli e sgomenti. Non poteva succedere veramente.
Era ancora troppo presto per razionalizzare sensazioni come dolore e paura, che da lì a poco avrebbero accompagnato il resto della nostra vita e avrebbero lasciato indelebile il ricordo di quella giornata che ha cambiato la storia.

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Abercrombie&Lacoste

No non è un nuovo marchio e non stiamo neanche facendo insider trading per una futura fusione tra i due noti produttori di abbigliamento casual.
Volenti o nolenti, però, questi marchi sono stati recentemente associati a causa dell’anomalo e originale tentativo di costringere alcuni “particolari” clienti a non indossare i propri vestiti.
Il noto marchio americano, infatti, ha maldestramente suggerito a Mike “The Situation” Sorrentino, protagonista orgogliosamente tamarro di Jersey Shore, di non mettere più magliette con il marchio A&F in quanto considerato un penalizzante testimonial di un brand che si vorrebbe idealmente collocare in un segmento “alto”.
Il risultato è stato che il giorno seguente il titolo di Abercrombie ha perso 9 punti a Wall Street bruciando svariati milioni di dollari .
Lacoste, invece, ha recentemente chiesto alla polizia Norvegese di non far più indossare le proprie magliette ad Anders Breivik, l’inquietante killer di Oslo sotto processo in questi giorni per la drammatica strage di Utoya. Infatti il pluriomicida compare in numerose immagini presenti in rete con il noto coccodrillo francese in bella vista. Ed è facile immaginare che alla Lacoste non ne siano proprio felici.
Due casi di studio per i cervelloni del marketing sul possibile effetto deleterio di associare i propri brand a eroi negativi o pittoreschi caratteri televisivi decretando, tra l’altro, definitivamente la fine di ogni possibile velleità di “no-logo” con buona pace anche di Naomi Klein.

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Chiamata Urbana Urgente

Mi rivolgo ai miei coetanei (da un abbondante decennio ho superato i 30..) che oggi si destreggiano maldestramente tra avvisi di chiamata, “losaidiqualcuno” e messaggi più o meno multimediali.
Vi ricordate cos’era il “197″?
Era il servizio della Telecom, anzi della “Sip”, grazie al quale potevi inserirti in una telefonata con un messaggio registrato che recitava “chiamata urbana urgente per il numero……il sollecito è stato effettuato sulla linea dell’utente desiderato. prego riagganciare”. L’utente impegnato nella telefonata decideva se riagganciare e ricevere quindi la chiamata dell’invadente “interrompitore” o se continuare la conversazione infischiandone bellamente del servizio che costava però ben 5 “scatti” a chi se ne serviva.

Sembra preistoria. O forse lo è.

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